Per un “100.2.0” nell’Università e nella ricerca.
(6 Agosto 2007)
La voglia di cambiare rotta, di puntare decisamente sulla conoscenza come fattore propulsivo del benessere personale e dell’equità sociale [...] la competitività economica del Paese richiede un grande salto in avanti in tutti i settori della ricerca e dell’innovazione tecnologica: eppure noi perdiamo i giovani migliori, molti dei quali sono costretti a fuggire all’estero.
Dal Programma di Governo (pgg 234,236)
Queste righe tratte dal programma di governo, il ben noto tomo di duecento e passa pagine, lo dicono chiaro: “eppure noi perdiamo i giovani migliori“. Mi intristisce però che sempre e ancora non si capisca che non è questo il punto.
Lo voglio ripetere ancora: la fuga dei cervelli NON è il problema. Il problema sta nella difficoltà e a volte nell’impossibilità del ritorno. Ritorno e non fuga. Che si fugga, che si vada all’estero oltre che normale e fisiologico è auspicabile. Solo quando si è lenti come me lo si fa tardi altrimenti è meglio farlo subito, opponendosi alla logica accademica italiana per la quale il vantaggio sta nell’attendere con pazienza il proprio turno: questo oltre che avvilente è lesivo della dignità professionale di un laureato. L’essere andato via dall’Italia tardi, ad un punto della carriera in cui i miei coetanei stranieri si affacciano alla professorship, mi ha permesso di conoscere l’Italia dell’università abbastanza bene e mi mette nella particolare condizione di poter fare un raffronto, credo, lucido e non pregiudiziale.
La novità (l’unica novità nella vicenda delle PD-primarie) della candidatura di Mario Adinolfi alla segreteria del nascente partito e la lettura della sua dichiarazione d’intenti o programma 100.2.0, mi ha fatto pensare al mio mondo e mi ha suggerito che forse valeva la pena vedere con insolita attenzione cosa i signori di centro sinistra si erano proposti in maniera di università e ricerca prima di essere al governo. I contenuti del programma di governo sono così lontani dal 100.2.0 adinolfiano in un settore dove i giovani hanno tanta parte?
Il Programma di Governo e l’Albero del Programma sono due voluminosi documenti che hanno il compito di descrivere e pubblicizzare l’azione di governo: il primo in maniera articolata (a mio avviso fin troppo) e il secondo in maniera schematica (proprio a causa dell’eccesso del primo). I contenuti sono, almeno per la parte che ho letto molto attentamente quella sull’università e la ricerca, largamente condivisibili e non necessariamente riconducibili ad una visione politica di parteparticolare ma, fatta eccezione per uno o due punti, mancano totalmente di concretezza e di descrizione del metodo: come si intende raggiungere i condivisibilissimi obiettivi espressi? Perchè si sa che in ogni caso è proprio sul come che poi ci si divide ed è il come a caratterizzare forze politiche diverse. In questo senso a mio avviso il Programma è un documento poco utile politicamente perchè non vincolante (ma credo lo sia volutamente), e il suo “Albero” è un tentativo di scarso successo di concretizzare attraverso uno sforzo grafico e cromatico di schematizzazione i concetti nel primo espressi (se volete sollazzarvi con questo tripudio di diagrammi e colori lo trovate in pdf qui).
Programma e Albero forniscono però uno schema – quello sì – in cui muoversi per fare delle proposte concrete. Dato che si sta parlando di una competizione per la segreteria di un partito di centro sinistra, credo non sia vano invitare chi ha la consapevolezza del “genocidio politico generazionale” in atto a usarli come punto di partenza per la costruzione di un programma vero in salsa cento-due-zero, con il fine di passare dai concetti ai metodi: individuare alcuni punti – pochi ma rivoluzionari – che da questo schema emergano e cambino la realtà.
Dopo letture attente, riflessioni e ripensamenti, mi permetto di farlo, qui, per quanto riguarda il mondo che conosco e amo, in cui ho lavorato (in Italia) e lavoro (all’estero): il mondo dell’università e della ricerca. I ricercatori non strutturati (come vengono definiti i borsisti, i dottorandi, gli assegnisti di ricerca) sono l’energia principale, la forza bruta e la fucina di idee ed innovazione dell’università. Sono una categoria non minoritaria e al tempo stesso la categoria meno protetta, sfruttata e regolarmente ricattata e ricattabile proprio in forza del grande fascino che il lavoro di ricerca da sempre esercita su di loro (vuoi fare ricerca? Queste sono le regole, non ci sono alternative). Un notevolissimo capitale umano, manod’opera altamente specializzata e motivata, a basso costo e legalmente sfruttabile.
Divido l’intero argomento in tre sezioni (finanziamenti, spazio ai giovani, valutazione) e per ognuna riporto estratti dal Programma di Governo e dall’Albero e con in testa “la filosofia 100.2.0” individuo delle proposte concrete programmatiche che credo rivoluzionarie nella loro semplicità.
Tutto il testo che di seguito è riportato in corsivo è tratto senza modifiche dal Programma di Governo e dalla Sezione “Sviluppare il capitale umano”, sottosezione “Università” dell’ Albero del Programma (pgg. 33-35 ). La suddivisione gerarchica dei punti dell’Albero è mia ed è quella che mi è sembrata più plausibile nell’intento di semplificare uno schema di per se’ ridondante e non del tutto chiaro. E’ mio ovviamente tutto il resto e in rosso sono le mie proposte concrete programmatiche che conseguono a questa analisi e che sono rivoluzionarie senza uscire dagli intenti del Programma di Governo.
Infine, un sommario delle proposte utilizzabile anche a fini propagandistici e per una comunicazione di maggiore immediatezza.
PRIMO: FINANZIAMENTI
Dal Programma di Governo (pg 241):
- sostenere la ricerca di base sia con finanziamenti a progetti su base competitiva che con finanziamenti ai ricercatori sulla base della valutazione della loro attività, evitando comunque che, per carenza di fondi o per regole non ben calibrate, una malintesa competitività finisca col distogliere dall’attività di ricerca o col deprimere le potenzialità di ricerca dei singoli e dell’intero Paese.
Dall’Albero del Programma:
1. Aumentare e qualificare la spesa per l’Universita’ e la Ricerca
1.1 Revisione dei criteri di finanziamento
1.1.1Adeguati finanziamenti per le attivita’ di ricerca libera
1.1.2Raggiungere, entro la fine della legislatura, l’attuale media europea negli investimenti di ricerca, pari al 2% del Pil
1.1.3Sostenere la ricerca di base con finanziamenti a progetti e a singoli ricercatori
Una spesa per università e ricerca “aumentata e qualificata” deve generare secondo il programma di governo finanziamenti “adeguati”, anche se non meglio specificati. Un’indicazione precisa (e misurabile) è data nel raggiungimento della media europea del 2% del Pil: anche se si tratta di una tendenza è qualcosa che andrebbe monitorato con costanza in modo da non sottrarre il governo da questa impegno esplicitato nel programma di governo. Il 2% del Pil alla ricerca fa già parte del programma “Cento-Due-Zero”, la novità rispetto al programma di governo è che lo si chiede “da subito”. Non una tendenza, ma un obiettivo immediato quindi.
Due proposte concrete nel quadro del Programma di Governo (finanzamenti su base competitiva, valutazione della attività di ricerca, finanziamenti a singoli ricercatori, cfr i grassetti sopra) e nell’ottica della valorizzazione dei giovani sono:
A) aumentare le borse di studio ministeriali per i dottorati di ricerca. La vera forza innovatrice e il motore della ricerca sono le idee dei giovani, nel momento prolifico in cui devono dimostrare il loro valore: 800 euro al mese non sono accettabili per un lavoro impegnativo, senza orari, e di così strategica importanza per il futuro del paese: bisogna innalzare la soglia minima delle borse di dottorato a 1000 euro al mese.
B) finanziare progetti di ricerca di singoli ricercatori e postdoc. Secondo i metodi esistenti di valutazione delle proposte di ricerca e sul modello degli European Research Council Starting Grants vanno istituiti finanzamenti che, individuando progetti validi e documentati, siano assegnati a singoli ricercatori e a singoli post-doc (assegnisti di ricerca o borsisti in possesso di dottorato di ricerca). I finanzamenti devono essere sganciati dal dipartimento di affiliazione e devono seguire il ricercatore/postdoc che li ha ottenuti: dove va il ricercatore vanno i soldi e il ricercatore potrà andare nel posto che lo mette nelle migliori condizioni per raggiungere gli obiettivi del progetto vincitore. Fare crescere la ricerca significa premiare le idee migliori e fare in modo che siano portate avanti in maniera indipendente e non ricattabile.
SECONDO: SPAZIO AI GIOVANI
Dal Programma di Governo (pg 240-241)
- garantire le necessarie coperture previdenziali ed assistenziali ai titolari di contratti post-dottorato o diforme diverse di contratti a tempo determinato presso universitàed enti di ricerca;
- definire gli strumenti giuridici pertinenti per rendere “naturale” ed eventualmente incentivata la mobilità bidirezionale tra il personale docente e ricercatore delle università e degli enti di ricerca
Dall’Albero del Programma:
2. Dare spazio ai giovani nell’universita’ e nella ricerca
2.1 Reclutamento e carriere
2.1.1 Garantire coperture previdenziali e assistenziali ai contrattisti a tempo determinato
2.2 Innovazione istituzionale
2.1.1 Revisione dei criteri e delle metodologie dei finanziamenti ministeriali alle universita’
2.1.2 Definire strumenti giuridici per la mobilità bidirezionale tra università e enti di ricerca
2.1.3 Incentivare la ricerca industriale con progetti pubblico/privato, deducibilità fiscale, in particolare per la nascita di nuove imprese
Dare spazio ai giovani in università e nella carriera accademica pare scontato, sembra quasi una banalità doverlo scrivere in un programma di governo. Ma tant’è. La differenza principale tra l’ambiente universitario italiano e quello extra-italiano, in particolare anglosassone (UK, Stati Uniti, Scandinavia), è l’atteggiamento che la struttura (l’università, l’accademia, l’establishment) ha nei confronti dei giovani. Dare spazio ai giovani significa dar loro responsabilità diretta nelle scelte dei metodi e delle linee di ricerca: questa cosa è tanto più possibile quanto più la ricerca intrapresa è di tipo “cognitivo” indirizzata alla conoscenza e curiosity driven, piuttosto che indirizzata all’applicazione. Le idee migliori vengono fuori dai giovani, questo è innegabile, vengono fuori e spesso prorompono sembrando cose irrealizzabili, ma è in questo modo che sono nati e continuano a germogliare gli spin-off di maggior successo e le aziende del futuro.
Mobilità significa libertà di scelta data dalla molteplicità di opportunità. Le scienze dure in particolare offrono un numero crescente di applicazioni e raramente il loro sviluppo, spesso invocato come motore economico, trova respiro nelle università più orientate - giustamente - alla ricerca cognitiva non improntata all’applicazione immediata.
Ci vuole l’una e l’altra, ricerca per conoscere e ricerca per produrre, e bisogna rendere possibile e facile ai borsisti e agli assegnisti il passaggio da una realtà all’altra. In quest’ottica le seguenti proposte:
C) Eliminare o perlomeno assimilare alla previdenza regolare la “gestione separata” INPS per i fruitori di borse e assegni di ricerca.
D) Rendere più facile (economicamente sostenibile?) il riscatto degli anni di studio universitario in corso e di dottorato.
E) Eliminare la regola per cui gli assegnisti di ricerca (in genere ricercatori di post dottorato a progetto) non possono avere altri redditi al di fuori dell’assegno di ricerca e di quelli derivanti da attività pubblicistiche. In questo modo si lascia liberi gli assegnisti di ricerca di valorizzare il proprio bagaglio tecnico culturale trovando partecipazioni, collaborazioni e consulenze diverse anche con privati o altre enti di ricerca. Rimane responsabilità dell’assegnista adempiere ai propri doveri e scadenze per il progetto dell’assegno.
F) Permettere ai fondi privati, di aziende o singoli, di entrare nei laboratori universitari finanziando progetti specifici o ricercatori singoli.
TERZO: VALUTAZIONE (E MERITOCRAZIA)
Dal Programma di Governo (pg 237-238)
- serve un bilancio critico della riforma didattica, attraverso un monitoraggio ed una valutazione, sulla base di parametri condivisi, della didattica universitaria, delle lauree ai dottorati di ricerca ed ai master [...] a partire dai risultati di tale monitoraggio, occorrerà responsabilizzare gli atenei…
- deve essere rilanciato il dottorato di ricerca come terzo ciclo dell formazione superiore, valutandone severamente i requisiti minimi di qualità ed incentivando l’impiegabilità a largo spettro, anche con incentivi fiscali per i datori di lavoro, dei dottori di ricerca (in ruoli qualificati).
- dare spazio ai giovani nell’università e nella ricerca perché l’Italia ha bisogno di giovani che insegnino e facciano ricerca con stabilità e libertà invece che penare in posizioni incerte e subalterne che finiscono anche col limitare la loro originalità di pensiero e indipendenza di azione.
Dall’Albero del Programma:
3. Valutare e promuovere il talento negli studi e nelle carriere
3.1 Valutazione, autonomia, informzione
3.1.1 Realizzazione dell’anagrafe delle ricerche
3.1.2 Portale nazionale del fabbidogno di docenti e ricercatori
3.1.3 Portale naionale per i dottori di ricerca
3.2 Didattica universitaria
3.2.1 Orientare all’occupabilita’ le lauree di primo livello
3.2.2 Migliorare l’articolazione dei due cicli
3.2.3 Rilancio del dottorato di ricerca come terzo ciclo
3.3 Obbligatorietà del dottorato di ricerca per la carriera universitaria e di ricerca
Non c’è meritocrazia senza valutazione. Non c’è valutazione senza trasparenza. La possibilità di una vera valutazione della didattica è ancora negata non perchè manchino gli strumenti ma perchè non se ne possono conoscere i risultati. La valutazione della didattica nelle università introdotta con la legge Bassanini è una buona idea ma rimane lettera morta perchè i risultati delle valutazioni non sono resi pubblici, ma sono a conoscenza del rettore e del valutato soltanto. Come potranno mai essere incisivi in tal modo? La creazione di agenti terzi quali delle possibili “Agenzie per la Valutazione” delle quali si sta discutendo in queste settimaneè un elemento nuovo ma contiene in se’ il seme di nuove clientele e non trasparenze, oltre a creare nuove voci di spesa. L’agente terzo per eccellenza già c’è ed è il pubblico, chiunque si interessi di università, chiunque voglia scriversi ad una università o frequentandone i corsi voglia orientarsi sulla qualità degli stessi. Perchè le valutazioni didattiche non vengono rese obbligatorie, con le modalità che l’autonomia universitaria impone, e i risultati obbligatoriamente pubblici? Non si tratta di mettere alla berlina chi viene giudicato, si tratta semplicemente di spronarlo a fare meglio in maniera preventiva. Il pubblico deve poter avere ACCESSO ai risultati delle valutazioni per ogni anno accademico in modo che possa operare in maniera cosciente una propria scelta su una università o un’altra, un corso o uno analogo, una sede di dottorato o una alternativa.
A mio avviso infatti tali sistemi di valutazione “aperta” non dovrebbero valere solo per i corsi di laurea, breve e magistrale, ma anche per i corsi di dottorato e master. La qualità dei corsi di dottorato si misura anche dalla didattica organizzata ad hoc per questi corsi, dalle occasioni di confronto che ai dottorandi sono offerte, dal tempo che ad essi i professori e i tutors dedicano. Rilanciare il corso di dottorato di ricerca come terzo ciclo della formazione superiore significa selezionare severamente (qual è la percentuale di dottorati non assegnati?) e al tempo stesso mettere i candidati nelle condizioni migliori per essere creativi, responsabili, competitivi e soprattutto focalizzati sul problema scientifico. Significa capire che lo studente di dottorato (il graduate student – lo studente laureato – come si dice nel mondo anglosassone) non è più soltanto uno studente universitario. Per questo motivo sarebbe opportuno eliminare del tutto i posti di dottorato non coperti da borsa ministeriale che finiscono per essere un bacino di manod’opera specializzata e appassionata alla mercé di disponibilità economiche oscillanti e non certe che può configurare situazioni di ricatto effettivo che impediscono la crescita professionale. Non si chiedono stipendi o borse elevate (cfr punto A e la proposta dell’ADI) ma non è tollerabile essere pagati un mese si e un mese no e quello dopo forse. Se la generica proposizione di “aumentare il numero dei dottori e delle dottoresse di ricerca” contenuta nel Programma equivale lasciare immutato (o peggio, implementare) il sistema dei dottorati non coperti da borsa di studio allora ad essa ci si deve opporre fermamente e senza tentennamenti. Il numero di dottori di ricerca aumenterà in parallelo alla loro qualità se e solo se il percorso didattico/professionale del dottorato di ricerca sarà reso attraente, almeno quanto lo sono i problemi scientifici affrontati. Per questi motivi ritengo che si debba:
G) Rafforzare la valutazione didattica anonima secondo le regole già esistenti, adottandola anche per i corsi superiori (dottorati e masters) e soprattutto rendere prontamente pubblici e liberamente consultabili i risultati di tali valutazioni (la pubblicazione sui siti web delle relative università sarebbe sufficiente).
H) Eliminare l’esistenza dei dottorati non coperti da borsa di studio. Se utilizzate per il dottorato di ricerca le borse di studio di provenienza non ministeriale siano in tutto e per tutto (durata ed entità) paragonabili a quelle ministeriali (cfr punto A).
Insomma, tante parole per dire tre cose semplici, ma così semplici che non credo verranno accolte e tantomeno realizzate presto:
1. Aumento delle borse di studio ministeriali per i dottorati di ricerca a 1000 euro al mese, e finanziamento indipendente a progetti di ricerca proposti da singoli ricercatori e postdoc, per sostenere la ricerca e renderla innovativa e competitiva.
2. Eliminazione della confusione della gestione separata per i borsisiti e assegnisti e libertà di questi ultimi nell’intraprendere carriere parallele e alternative, per dare spazio all’intraprendenza dei giovani e garantirne il futuro.
3. Trasparenza e pubblico accesso ai risultati delle valutazioni didattiche e mai più dottorati senza borsa, per difendere la qualità della didattica e la dignità degli studenti laureati.
Ma la speranza come sempre, è l’ultima a morire. Che si possa fare?…

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